Il cammino sulla via del Karate – Enzo Montanari

Shotokan Karate Studio

BIOGRAFIA

Il Maestro Enzo Montanari ha iniziato la pratica del Karate nel 1965. È stato atleta azzurro della nazionale Fesika dalla sua costituzione al suo scioglimento; campione italiano nel ’75 e ’76, due volte vice campione del mondo a Tokyo nel ’71 e ’73 e medaglia di bronzo a Los Angeles nel ’75.

Lasciato l’agonismo, si è dedicato alla ricerca, riuscendo a fondere nella pratica dello Shotokan tradizionale elementi del Karate classico di Okinawa e degli stili interni cinesi. Tutto ciò per riavvicinare il Karate alla disciplina che rappresentava in origine: l’arte della difesa personale per eccellenza. Dal 1968 insegna a Milano, dal 1971 nel dojo di Via Petrarca 8.


IL CAMMINO SULLA VIA DEL KARATE – 2014

Il cammino sulla via del Karate Enzo MontanariA cosa serve la pratica del karate? Ad apprendere un’abilità tecnica? A migliorare se stessi? Il karate non serve a nessuna di queste cose presa singolarmente, ma permette di arrivare alla seconda attraverso la prima: migliorare se stessi attraverso il perfezionamento di una tecnica.

È un processo di trasformazione che avviene dentro grazie a ciò che avviene fuori. Per capirlo, occorre sviluppare una certa sensibilità, una specie di “orecchio interno”. Se ci si ferma ai risultati esterni, si finisce per credere di aver raggiunto un livello più alto senza essersi in realtà spostati di un centimetro da dove ci si trovava all’inizio. A quel punto, basta una cintura nera, un grado in più, una qualifica federale, una medaglia, a solidificare la propria certezza.

Ebbene, l’unico risultato che ottiene chi si adagia sulle proprie certezze, perfino sulle abitudini, è un karate che resta fatalmente fermo alla superficie. Di quali certezze parliamo? Ad esempio, credere di essere diventati più forti perché si è conquistata una medaglia, credere di essere diventati tecnicamente migliori perché si ha un grado in più, oppure credere di fare un “bel karate” perché qualcuno ha detto che abbiamo un “bel gesto”, quando invece nel vero karate la bellezza del gesto non conta nulla, l’efficacia non è data da quante vittorie si siano ottenute in competizione, il proprio livello morale non ha nulla a che fare con i ruoli ricoperti in federazione e la vera forza non viene dai muscoli ma dall’interno.

Il vero karate comincia quando si smette di guardare gli altri (compreso il proprio insegnante), di guardarsi allo specchio o di farsi guardare, ma si comincia a guardare dentro. Con la pratica vera, tutto viene capovolto: ciò che prima veniva mostrato ora è invisibile, non c’è più nulla da mostrare. Ciò che prima era esteriore e muscolare diviene interno ed energetico. Ciò che prima era schema meccanico interiorizzato, ora diviene libertà totale e inesauribile creatività. In questo processo, è la tecnica a subire per prima una profonda trasformazione che è la stessa del processo alchemico: solve et coagula.

Dapprima, infatti, la nostra tecnica ci appare solida. Un universo di regole rigide che ci danno la sicurezza di ciò che stiamo facendo. Sono gli anni dell’apprendimento. Poi, improvvisamente, la certezza tecnica si dissolve, spesso a causa di una crisi. Quando cioè si scopre che il karate ha una profondità e non è ciò che si può mostrare agli altri in gara o in allenamento. C’è chi si ferma a quel punto, aggrappandosi con tutte le forze alle regole e alle certezze acquisite e chi invece sceglie di attraversare la crisi, l’oscuramento, il buio dell’incertezza fino a quando, dopo un lungo periodo di elaborazione e di esperimento, arriva alla coagulazione che porta ad una trasformazione totale. A quella che in alchimia viene definita Grande Opera.

Questa consiste nel trasformare non solo la qualità della tecnica ma anche la qualità dell’uomo. È il passaggio dalla pietra grezza alla pietra filosofale, dal piombo che non ha nessun valore all’Oro dei filosofi. Qualcuno crede ancora che l’oro delle medaglie agonistiche sia il punto più alto cui si possa arrivare nella pratica del karate. Crede cioè che al risultato esterno corrisponda un avanzamento sul piano personale. Ma quell’oro, in confronto all’oro dei filosofi, è materia vile. Qualcuno crede veramente che ai dan corrisponda un più alto livello morale e un livello di saggezza superiore.

Questo è ancora karate “esterno” e non ha nulla a che fare con la persona. Ciò non toglie che per arrivare all’interno occorra per forza partire dall’esterno e compiere tutti i passaggi. Enzo Montanari l’ha fatto dopo aver vinto agonisticamente tutto quello che c’era da vincere, dopo aver ottenuto gradi nel karate più duro, lo Shotokan, dopo aver attraversato una crisi, aver messo da parte tutto ed essere partito alla ventura per il viaggio più difficile della sua vita, senza avere una bussola: il viaggio verso il cuore della pratica.

Se avete paura di mettere in discussione il vostro karate è meglio che non leggiate questo libro. Se dopo averlo letto continuerete a pensare e a fare le stesse cose di prima siete destinati a non crescere più oltre al punto in cui vi siete fermati. Perché la verità è che siete fermi. Non è possibile che l’esperienza viva di Enzo Montanari non vi sfiori nemmeno o non vi risuoni dentro. Quello che avete fatto fino adesso, che vi piaccia o meno, è solo uno sport. Il vero karate è un’altra cosa.

Enzo è uno dei pochi che è arrivato a conoscerlo. Ci ha messo veramente la vita per riuscirci, e non è da tutti riuscire a farlo. Per questo, si dice che il vero karate “non è per tutti”. Se lo è, non è vero karate. Il vero karate è un percorso che non può in nessun modo essere reso uguale per tutti. In questo senso, non può essere nemmeno insegnato. Rifletteteci.

Se qualcuno adesso vi chiedesse «Dove si può vedere il vero karate?», che cosa rispondereste? Non potreste rispondere nulla perché è già sbagliata la domanda. Non c’è un luogo in cui si possa vedere, perché il vero karate si realizza solo dentro di voi. Non c’entra con le performance sportive o con i parametri di efficacia stabiliti da osservatori esterni. Non c’entra nemmeno con i gradi e con le qualifiche. Tutto questo non conta assolutamente nulla. Chi vuol far valere queste cose e se ne vanta, come pure chi vive rimpiangendole perennemente dopo una lunga carriera, è già fuori dal karate.

Se invece, leggendo questo libro, sentirete squillare un campanello d’allarme, o vi sorgerà almeno un piccolo dubbio, e comincerete a chiedervi «Ma io che cosa ho fatto veramente fino adesso?», allora siete ancora in tempo per scoprire un mondo di cui finora non immaginavate nemmeno l’esistenza. La scoperta sconvolgente che prima o poi farete anche voi, se avrete la forza e la determinazione di proseguire lungo questa strada, è che l’arte marziale al suo livello più alto è un processo alchemico.

Un processo di trasformazione dell’individuo. Volete la prova, o meglio la chiave per capire se un maestro è un vero Maestro e se ha praticato veramente? Eccola, è semplicissima: se nonostante gli anni che vanta, i gradi, i titoli, le qualifiche, questa persona è rimasta fondamentalmente la stessa persona di prima, allora non solo non è un Maestro ma non ha nemmeno fatto vero karate.

Cioè, in definitiva, non ha fatto karate. Perché se si segue correttamente la Via, essa trasforma la vita. Finalmente, dunque, un libro che racconta di questa grande scoperta: la materia da trasformare siamo noi stessi, il forno alchemico è il nostro cuore, il “fuoco filosofico” di cui parlano gli alchimisti è il Qi, e la pratica è il nostro laboratorio. Tutto questo è il “Do”. Molti oggi parlano o pretendono di insegnare “Karate-Do” ma non sanno nemmeno di cosa stiano parlando.

Il Do non è una concezione filosofica astratta come vorrebbero tanti falsi maestri ma qualcosa di molto concreto, e ci si arriva attraverso il Jutsu, il perfezionamento della tecnica. Qui, però, c’è la parte più insidiosa: non è affatto vero che la pratica di per sé conduca alla conoscenza del Do. Contrariamente a ciò che affermano in molti, la ripetizione della tecnica non costituisce di per sé alcun metodo di auto-perfezionamento.

Fa soltanto ripetere lo stesso errore e non porta da nessuna parte se non si sa bene dove andare. Karate-Jutsu e Karate-Do sono in definitiva la stessa cosa vista da due angolazioni diverse: “Jutsu” è cosa si fa, “Do” è come lo si fa. Ma, come accade per i libri di alchimia, le parole di questo libro potrete capirle soltanto praticando. Provando e riprovando. Fino a quando nulla resterà più uguale a prima. Avrete il coraggio di farlo? È questa la sfida che vi lancia oggi questo grande Maestro italiano. Sta a voi raccoglierla.

Bruno Ballardini

 

.

Condividi su:
Share on FacebookShare on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+